Home Ginecologia Gravidanza e antidepressivi: nessun legame causale confermato con autismo e ADHD

Gravidanza e antidepressivi: nessun legame causale confermato con autismo e ADHD

28
0

Una revisione sistematica con metanalisi pubblicata su The Lancet Psychiatry conclude che le evidenze oggi disponibili non supportano un rapporto causale tra l’uso della maggior parte degli antidepressivi in gravidanza e un aumento del rischio di disturbi del neurosviluppo nei bambini, inclusi autismo e ADHD. In altre parole, l’associazione osservata in alcuni studi non sembra dipendere direttamente dal farmaco, ma da altri fattori concomitanti che possono influenzare i risultati.

Le metanalisi precedenti, realizzate quasi dieci anni fa, si basavano su un numero più limitato di studi e su controlli meno accurati dei possibili fattori confondenti.

Questa nuova analisi, invece, offre il quadro più completo finora disponibile e suggerisce che il lieve aumento del rischio di autismo o ADHD riportato in passato nei figli di donne che assumevano antidepressivi durante la gravidanza non sia attribuibile al trattamento in sé. Il risultato fornisce quindi un elemento di maggiore rassicurazione per medici, pazienti e famiglie chiamati a valutare le scelte terapeutiche in un periodo delicato come la gravidanza.

Il bilancio tra terapia e rischio di ricaduta

Secondo il Dott. Wing-Chung Chang dell’Università di Hong Kong, i risultati sono rassicuranti perché indicano che gli antidepressivi più comunemente utilizzati non aumentano il rischio di autismo o ADHD nei bambini. Questo, però, non significa che la decisione terapeutica sia semplice: ogni farmaco comporta potenziali rischi, ma anche l’interruzione del trattamento durante la gravidanza può esporre a una ricaduta depressiva, con conseguenze importanti per la salute materna.

Per questo, nelle forme di depressione da moderate a gravi, la scelta di proseguire o meno la terapia dovrebbe nascere da una valutazione attenta e personalizzata del rapporto tra benefici e possibili criticità.

Lo stesso gruppo di ricerca sottolinea che il lieve aumento del rischio osservato inizialmente tende a scomparire quando si considerano meglio altri elementi, come la storia psichiatrica familiare e la predisposizione genetica. Un dato particolarmente significativo è che un incremento simile è stato rilevato anche nei figli di padri che assumevano antidepressivi e nelle madri che li avevano usati prima della gravidanza, ma non durante la gestazione.

Nel complesso, questi risultati fanno pensare che il legame con autismo e ADHD sia spiegato soprattutto da fattori di fondo condivisi, più che dall’esposizione al farmaco in gravidanza.

I numeri dello studio e l’interpretazione dei risultati

Gli autori hanno combinato i risultati di 37 studi, comprendenti oltre 600.000 donne che avevano assunto antidepressivi in gravidanza e quasi 25 milioni di gravidanze senza esposizione a questi farmaci. Si tratta quindi di un’analisi su scala molto ampia, utile per valutare con maggiore precisione associazioni che, nei singoli studi, possono apparire più marcate o difficili da interpretare.

Nelle analisi iniziali, prima dell’aggiustamento per fattori chiave come le condizioni di salute mentale dei genitori, l’uso materno di antidepressivi risultava associato a un aumento del 35% del rischio di ADHD e del 69% del rischio di autismo. Tuttavia, questi valori si riducevano sensibilmente o perdevano significatività statistica quando venivano considerati meglio i possibili fattori confondenti.

Anche l’uso di antidepressivi da parte del padre durante la gravidanza mostrava un’associazione con un aumento del rischio di ADHD del 46% e di autismo del 28%, un elemento che rafforza l’ipotesi di un ruolo importante della vulnerabilità familiare e genetica.

Una maggiore gravità della condizione psichiatrica di base

Negli studi che limitavano l’analisi alle madri con disturbi di salute mentale, non è emersa alcuna associazione tra SSRI e aumento del rischio di autismo o ADHD. Un possibile segnale è rimasto solo per amitriptilina e nortriptilina, due farmaci oggi considerati in genere opzioni di seconda o terza scelta e spesso utilizzati nei casi di depressione più resistente o complessa. Proprio per questo, il dato potrebbe riflettere soprattutto una maggiore gravità della condizione psichiatrica di base nelle donne che li assumevano, più che un effetto diretto del farmaco sul neurosviluppo del bambino.

Lo studio, inoltre, non ha rilevato differenze di rischio tra dosi più alte e più basse di antidepressivi, un risultato che non supporta l’ipotesi di un effetto dose-dipendente.

Secondo il Dott. Joe Kwun-Nam Chan, le evidenze indicano che la presenza di un disturbo mentale in uno dei genitori può essere collegata a un lieve aumento del rischio di ADHD o autismo nel figlio. A incidere potrebbero essere non solo i fattori genetici, ma anche aspetti ambientali e relazionali, come lo stress familiare cronico, i cambiamenti nel funzionamento della famiglia e le modalità di accudimento. Per questo, garantire supporto e trattamento adeguati a entrambi i genitori non è importante soltanto per il loro benessere, ma può rappresentare anche un elemento di protezione per lo sviluppo del bambino.

Un risultato particolarmente importante

I ricercatori riconoscono comunque alcuni limiti. Mancano, ad esempio, dati completi su variabili rilevanti come lo status socioeconomico, lo stile di vita e il basso peso alla nascita. Inoltre, pochi studi hanno valutato in modo dettagliato l’uso degli antidepressivi nei singoli trimestri o le modifiche di dosaggio nel tempo, rendendo più difficile formulare conclusioni specifiche su questi aspetti.

Resta poi possibile un certo grado di bias, perché le donne che ricevono una prescrizione di antidepressivi tendono ad avere quadri depressivi più severi rispetto a quelle che non li assumono.

In un commento collegato, Lisa Vitte, Emmanuel Devouche e Gisele Apter dell’Università di Rouen Normandia osservano che lo studio conferma e amplia le conoscenze già disponibili: gli antidepressivi, quando necessari, possono continuare a essere utilizzati in gravidanza perché contribuiscono a proteggere la salute mentale materna senza mostrare un effetto dannoso dimostrato sul neurosviluppo fetale.

Secondo gli autori del commento, si tratta di un risultato particolarmente importante dopo anni di dati contrastanti e dibattiti ancora aperti su questo tema.

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui